Sotto il vulcano straordinari paesaggi tra vigneti e aranceti
La linea Circumetnea effettua il giro dell'Etna, facendo tappa in alcuni paesi alle sue pendici.
In estate organizziamo tour guidati.
www.circumetnea.it/

Il gigante è là. Maestoso, impennacchiato di nuvole o splendente di neve nel cielo terso e azzurrissimo di Sicilia. Eccola «a muntagna», l’antico Mungibeddu. L’Etna il vulcano attivo più alto d’Europa: 3340 metri. Dall’aereo, il pennacchio di fumo che sale dalle sue bocche pare un saluto, ma è anche un avvertimento: ci sono e sono vivo. Lo sanno i catanesi abituati ai brontolii, alle ceneri e alle eruzioni. Il loro segno è nei muri di lava nera senza tempo che stupisce quanto sia arrivata così in basso, fino a superare l’attuale autostrada per Messina e arrivare fino al mare.
L’Etna protegge sulle sue pendici un tesoro di storia e cultura, ma anche uno straordinario forziere di biodiversità. Il turista, anche più distratto si ritrova in un contesto straordinario, con la neve ai piedi (delle stazioni sciistiche di Nicolosi e Linguaglossa), il mare negli occhi e un verde che sa essere selvaggio e pettinato dagli uomini. Un viaggio alla scoperta dei sapori e dei gusti dell’Etna non è mai banale. Circumnavigando il vulcano nei venti comuni del territorio del Parco ecco una ghiotta lista della spesa: funghi a Nicolosi, mele di Pedara, miele a Zafferana Etnea, salsicce di Linguaglossa, fragole a Maletto, pistacchio di Bronte, insalate e ciliegi ad Adrano, torroncini di Belpasso, olio a Ragalna. E poi ancora fichi d’India e vini nelle doc Etna rosso e bianco (con voglia di crescere a docg) dai vigneti a Milo, Sant’Alfio, Viagrande, Castiglione di Sicilia, Randazzo, Linguaglossa. Piedimonte Etneo.
Il tutto è sotto la tutela, che si vorrebbe sempre più attiva, di un Parco (www.parcoetna.it) istituito nel 1987, il primo della Sicilia e che comprende un’area di 58 mila ettari suddivisa in quattro zone. La più alta è l’area A: 19 mila metri dalla sommità della montagna ai crateri laterali fino alla suggestiva Valle del Bove, un caratteristico anfiteatro punteggiato da antichi e più recenti banchi lavici (l’ultima eruzione importante che ha interessato questa zona è dei primi Anni Novanta), costoni rocciosi, serre e picchi magmatici.
La viticoltura etnea sta vivendo il rinascimento basato sulla riscoperta di vitigni che parevano perduti visto l’attuale neoconformismo enologico del Nero d’Avola. L’Etna invece si smarca con il suo nerello mascalese, il «cugino» nerello cappuccio, ma anche il bianco carricante. Uve avare, ma capaci di dare vini di grande eleganza. Per farlo sono arrivate forze nuove con il cuore antico. Oggi si sale con una vecchia Land Rover sul tratturo lavico che porta alla storica vigna dal piede franco (ante fillossera). I ceppi sono vecchi e contorti.Spuntano dalla roccia nera e chiedono energia al sole. L’allevamento è ad alberello basso per proteggere la vite dal vento.
Sull’aia il silenzio è rotto dal sferragliare della «littorina» della linea Circumetnea (Fce). È un modo unico di approcciarsi all’Etna: 110 chilometri di binari da Catania Borgo a Riposto, l’antico porto dove si raccoglievano vini, arance, mandorle destinate via nave a raggiungere i mercati del Nord. Un viaggio straordinario tra aranceti, vigne, colate laviche, paesi che sembrano greggi al pascolo sulle pendici del vulcano. «Quel trenino è tra i nostri richiami turistici più suggestivi» spiega Giuseppe Benanti, industriale farmaceutico che da presidente della Strada del vino dell’Etna e con la sua azienda agricola a Viagrande è tra i grandi protagonisti del rinascimento etneo.
